Biennale

L' Accademia Vesuviana di tradizioni etnostoriche, "Ritualia", la Biennale, che vivifica e confronta ritualità e cultura folclorica sommese con la vivacità delle estetiche attuali e le motivazioni sociologiche
di fine secolo, sono conquiste fortemente perseguite dalla tenace volontà, che ha sostanziato per almeno cinque lustri un ambizioso progetto.
Dapprima è stata solo la passione, ereditata con la gioiosa vitalità di chi "naturalmente" apprende, vive e prende coscienza di dover tramandare un patrimonio di forte identificazione.
Poi, come sempre accade dove fervono attività di studio e di ricerca, è intervenuta la consapevolezza del patrimonio culturale di Somma: la conoscenza ha dato sostanza e qualità al discorso operativo.
Nel nostro sogno, ormai spazio praticabile, finalmente si coordinano vocazione sociale, antiche verità degli archetipi, precisi riferimenti nel contesto paesistico, identità della comunità, in cui produrre cultura significa saper crescere nel presente, come esigono progresso e civiltà.
Tutti i nostri sforzi continuano pertanto ad essere mirati a valorizzare e proporre, a più ampia comunicazione, tradizioni etnostoriche, nella loro connotativa ritualità, interpretando intanto il senso della vocazione evolutiva di Somma V esuviana. Noi siamo consapevoli produttori di cultura. Lo siamo, autenticamente, perché non siamo estranei al processo di modificazione della realtà di una terra di cui apprendiamo come comunicare sostanza e valori. Lo facciamo con il contributo di indiscusse autorità culturali, di Istituzioni, che, con la luce delle competenze specialistiche, ci aiutano a crescere come comunità educante, nella consapevolezza della "cultura" popolare, la cui organica interpretazione giova alla Fede e alla Conoscenza.Il sapere critico è fondativo di coscienza; è, quindi, essenziale per il civile riscatto in tempi che vedono troppo spesso mortificati i valori umani.
Intanto, l'Accademia e tutte le attività connesse, mentre tutelano l'identità, assicurano la continuità. Ce ne siamo resi conto non solo nel dibattito che coinvolge Somma rurale con Somma turistica e con
vocazione di lavoro specialistico-artigianale, ma anche dove la Tradizione attiva si compiace di poter cedere il testimone ad eredi consapevoli dei valori ereditati: sapranno tramandarli in piena consapevolezza.
Ecco dove, e come, ce ne siamo resi conto.
Ore diciotto, lezione di ballo: nella palestra del Liceo Scientifico Torricelli, il Gruppo Folclorico "La Tammora" insegna passi e movenze ai giovani studenti che sono stati proposti per un'esibizione nell' ambito delle attività culturali programmate dalla scuola.
La danza sacrale contadina si anima, mentre nacchere, tammorre, putipù, flauto doppio e fisarmonica, di più recente acquisizione, ritmano la sonora tammurriata, propositiva per un vivace canto 'a figliole'. Sommesi si nasce. Intendo dire che cè chi nasce con la passione d'una terra antica, avendo nel sangue la Montagna, i suoi canti, i suoi balli, i ritmi delle danze, le sacre parole di fede, improvvisate da canori poeti contadini, e perché no, i frizzi e i motteggi, che si apprendono dalla tenera età, quando non se ne intendono ancora le significative, sapide, allusioni. Chi nasce sommese, attiva la ritualità, la feconda; non si allontana dalle tradizioni, le assimila; fanno parte della sua complessità genetica: sono illuminanti per identificere i degni eredi della stirpe ininterrotta dei cantori antichi, sotto il sole sempre uguale e sempre nuovo.
La lingua di Somma, evoluta per chissà quante e quali strade d'incontri etnici, in quella palestra proponeva la sua genuina lezione. I giovani traducevano nella quotidiana lingua scolastica regole e segnali che venivano apprendendo: la teoria merita in qualche punto la lezione mediata. Musica e danza sono invece coinvolgenti, universalizzano il senso, anche segreto, del sentimento che le vivifica. Ho ammirato l'orgoglio di chi stava insegnando e quello di chi rapidamente stava apprendendo: c'erano almeno quattro generazioni che praticavano un momento rituale. La gioventù s'incantava alla sapienza di Chicchina, protagonista assoluta, coinvolta totalmente, elementarmente, nello spirito della danza, tanto da diventare presenza ercana, viva, venuta da altre terre, da altri popoli e tutta presente e figlia di Somma.
Chicchina, a sua volta, aveva già individuato la danzatrice della continuità. I cantori erano tutti incantati, commossi, alle gentili movenze di una dolcissima adolescente che, avvezza alla disciplina della danza classica, si accostava ora a quella popolare, assimilandone lo spirito con la cultura che le derivava dalla passione e dalla lezione scolastica.
La giovanissima studentessa apprendeva rapidamente, riusciva bene, si faceva ammirare, perché era accaduto il miracolo: aveva inteso lo spirito di cui ella si faceva "demiurgo". stava dando corpo, mani,occhi, epifania, all'incontro di musica e canto, proprio come esigeva la ritualità di un mito primaverile. Sommese per nascita e vocazione, nutrito, mi sia consentito dirlo, con il latte della tammurriata e dei canti della Montagna, vedevo avverarsi il miracolo della continuità.
Chicchina poteva consegnare il testimone, guerdando al futuro, alla nuova danzatrice che la rinnovava nel fascino dell' adolescenza e rappresentava le mille e mille Chicchina che l' avevano preceduta, sempre ammirate, pervase dallo spirito della danza che unifica e individualizza, che comunica lessenza dei miti, dei riti, dei simboli, della sacralità degli erchetipi. La semplicità istintiva, il fuoco vivo della terra Maestra si conciliava con la qualità culturale che chiarifica le ragioni. Nella palestra del Liceo Torricelli si stavano inverando sapienza etnostorica, strategie folcloriche, bellezza istintiva di una ritualità appresa per familiare consuetudine.
Intanto si confermava valido e irrinunciabile anche il nostro lungo viaggio le cui tappe avevano mirato innanzi tutto a contribuire a salvare il patrimonio etnostorico, ad apprenderlo nella lezione ottimale, a
comunicarlo, a dere il giusto merito ai Maestri, gelosi custodi dei riti praticati, e a proporre civiltà di fede, vita e lavoro, alla consapevolezza dell'affinamento culturale, a salvaguardia della lezione antica,
i cui contenuti non devono né trapassare, né volgarizzarsi fino alla perdita della memoria.

Biagio Esposito
Presidente dell' Accademia Vesuviana di Tradizioni Etnostoriche

 

LO SCULTORE MARIO RICCIARDI E IL TROFEO "RITUALIA"


Artista di forte temperamento creativo, da oltre un quarto di secolo sula scena della scultura italiana, con presenza di notevole significato anche all'estero, Mario Ricciardi ha raffinato i suoi strumenti ricognitivi nell'ambito di un discorso che coinvolge natura, come istintualità a vivere, coscienza, come interrogativo esistenziale, e ragioni del sentimento, come concretezza delle radici.Il versante spazio-temporale è quello dell' energia che tende alla forma e vi apporta il dono contributivo del linguaggio reale, che tanto più è misterioso, quanto più sono recepibili i segni del comportamento, la caduta del pensiero, il travaglio del logos e gli incidenti attraverso i quali esso si fa religione della vita, istanza di fede, modello/aspirazione sociale.Scultore impegnato, dunque, che modula i passi pesanti di un ritorno alle origini, per conoscersi antico sognatore, o si specchia nella consape-
volezza delle perdute armonie e le sogna in natura, in sintonia con la poetica delle cellule vive, che esigono dall' arte il documento della loro consistenza nel travaglio del territorio e della città.Poeta di un modellato eroico, perché molto vicino alla natura degli umili e dei loro riti antichi, classici, proprio perché spazialmente evoluti
dal segreto del mito che si perde nella notte dei tempi, Ricciardi è cantore del Sud, di tutti i Sud del lavoro, del dolore, dell'atmosfera magica, che è sempre a spirale aperta,e intreccia, come per un DNA genetico dell'arte, uomo e natura.L'invenzione diventa pertanto lirica, l'impeto drammatico si sospende prima che la tragedia incomba e,all'acme, già si avverte il dono catartico di un equilibrio compositivo molto solenne, disciplinato, em-
blematico.La scultura di Ricciardi è tutta fremiti e rabbonimenti, ruggiti e pause, tagli prospettici e volute continuative nelle dimensioni che si moltiplicano, negli innesti che fanno sentire la storia come economia dell' esistenza tra natura e mito : la vicenda umana è sempre ritmata da quella della natura, i momenti fluttuanti sono le fughe dalla costruzione che gioisce del sentirsi infinita, aperta, scevra dalla immobilità che è ostile alla meditazione e alla fantasia.Lo scultore non ha mai deluso la tensione morale che vibra nelle pulsioni delle sue superfici, nei pun-ti gravitanti, in quell' eros che intende l' emozione dei sensi ed esorcizza gli attentati al sogno di felicità/fertilità: la natura è sempre suggestiva macchina scenografica, autonoma, dolce e forte a suggerire e comunicare.
Mario Ricciardi ha approfondito con severi studi antropologici il senso delle dimensioni nascoste, del-
, la gestualità, del linguaggio, danza, canto, utilizzo di strumenti musicali e armi da lavoro del mondo
I contadino.In quel 1embo della tela del ragno, dove più lente si precisano le innovazioni del centro, e dove si è ge-
losi dell' ereditata consistenza umana, valore inestimabile, lo scultore si ritrova ingenuo, espressivo,pregnante, ricco di psicologia originale, sacrale, con lo spirito del popolo. Non di un popolo, bensì delle comunità che si aggregano e trovano i loro leader spontanei, che si affidano, esorcizzano, amano,hanno fede, si scontrano, con le ragioni della ragione e vincono, perché esistono.
iAi simboli che non si scorporano dalla tensione alla figura e all'ambiente, a quel tutt'uno che è forzaI viva suggestione comunicante, lo scultore presta la sua mano creativa e la plasticità si fa astrazione,il sogno corre lungo l' arco della sacralità, che, dalle orme lontane, dalla parola che crea, dall' aspirazione all' armonia dice un desiderio, e un destino, a dover essere uomini umani.

 

UN MONUMENTO PER SOMMA VESUVIANA

Scultura di Mario Ricciardi, piedistallo di Biagio Esposito LA SCULTURA È opera scultorea nella percezione dello spazio, che è funzione dinamica, e formula un'idea di consistenza, (di appoggio e di psicologica tensione a svettare. Il gioco plastico, che si configura come continuità nello spazio, è frenetico e smorzato, sapientemente conscio di fremiti e di stasi contemplativa: non contano le situazioni o le cose assemblate e rappresentate quanto l'indeterminato che fa pensare agli uomini come protagonisti, non visibili, ma artefici di oggetti, non solo d'uso, ma anche gioielli sacrali, simboli e invenzioni per musiche misteriche. Lo sguardo d'insieme coglie il moto formale e la scultura come interpretazione di eventi, in luci diversificate e sempre all'aria aperta. Tutto l'insieme non si aggancia se non al senso dell'umanità che, di tutto, separato o unito, si serve, e ne gode come per privilegio. Poi interviene la memoria e coglie il desco contadino intorno al quale tutta la serenità si stempera e conversa tutto il dolore si condivide, tutta la fatica si spartisce. Sullo strumento dell'unità familiare ecco altri strumenti, che sono agricoli e musicali insieme, e infine, alta, più in alto, la pertica, "a perteca", che è essenziale per il rito di rigenerazione tutto antico, sacro, umano: trova perfetta la comunione con la natura. La pertica attinge, lper così dire, il cielo. La musica converte la natura. Il desco abbraccia il sogno unitario di una civiltà contadina esperta di stagioni e di tempi magicamente scompartiti. L'emozione che si coglie è quella di un desiderio di bellezza, di partecipazione, di natura da ritrovare per poter vivere, di pace e felicità. Un vero trofeo di valori eterni: la speranza di deprecare per sempre la violenza. IL PIEDISTALLO Le antiche radici sono speranza d'un perenne "alzabandiera" di pace. Il Centro è ancora l'uomo, che si determina nell'unità natura-esistenza-sentimento, ma alle costruzioni favolose, esaltate comè giusto dall'arte e dalla poesia, devono corrispondere, anche tangibilmente, significati profondi che appartengono alla orgogliosa chiarificazione dello spazio vivibile: sono le cifre, i segni che da tempo immemorabile identificano le membra della città connotata per simboli. Alla scultura di Mario Ricciardi, tutta poesia della memoria, del sentimento, della religiosità del mito che resta nei processi evolutivi da civiltà contadina al progresso ineludibile, corrisponde il "piedistallo" adeguato, progettato da Biagio Esposito Il designer ha reso omaggio alla sua terra, l'orgoglio delle radici preferisce questo termine a quello di città, con il richiamo ai simboli razionali-geometrici che identificano i quartieri di Somma. Chissà quali leggi naturali e quali recuperi sacrali e civici hanno voluto quattro elementi di chiara connotazione: triangolo, cerchio, rombo e quadrato. Il piedistallo per la scultura di Ricciardi, per dire l'unità dello spazio civico, non avrebbe potuto essere più eloquente e sintetico. Biagio Esposito ha ricordato le antiche porte delle case contadine, le finestre a riquadri, e, nella struttura archeourbanistica, ha visibilizzato il quadrato nell' apertura a giorno che viene attraversata da una colonna, a sua volta inserita in un rombo. Sulla colonna, la base triangolare della scultura conclude l'allusione agli elementi tipologici che contrassegnano i quartieri. L'insieme risulta molto articolato, armonico, angolato nelle volumetrie che per base hanno i segni geometrico-archetipi cui si è fatto cenno. Essi si identificano ciascuno come varco, porta, e ognuno è agevolmente intrecciabile con gli altri, integrabile come si integrano nella realtà gli spazi civici, orgogliosi della loro condizione autonoma, ma intanto organicamente articolatitra loro con l'altro orgoglio che rivela il corpus unicum della cittadinanza ben salda sui medesimi usi, costumi, riti. Ciascuno dei simboli geometrici ha infatti le sue prerogative e proprietà, ma tutti sono nella famiglia delle auree misure.

SMANTELLARE LE FRONTIERE Aurelio Rigoli Presidente del'Centro Internazionale di Etnostoria di Palermo 1998 A somma Vesuviana, fortemente voluta da Angelo Calabrese e da Biagio Esposito, è appena nata l' Accademia di Tradizioni Etnostoriche, tenuta in immediato a battesimo, nella capitale dell' Arte, a Firenze, a Fortezza da Basso, nel giorno inaugurale dellincontro delle massime lstituzioni culturali italiane ed europee per un confronto dei "prodotti" della loro creatività ed ingegnosità operativa. Si è subito dotata di un vero e proprio capitale simbolico: un'elegante medaglia, artefatto/esito della maestria di Giuseppe Antonello Leone; e subito ha indetto una Rassegna Internazionale d' Arte, per richiamare artisti di diversa formazione e di diversa cultura. Il tutto, con i richiesti crismi: sicché è stata nominata una giuria di esperti, ne è stata chiesta la presidenza ad una professionalità di spicco nel napoletano, il Rettore dell'Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa, si è fissato il giorno della "verità" svelata (in cui saranno comunicati i nomi degli artisti vincitori dei tre premi in palio) fino a prevedere anche, un dibattito seminariale sull'opera d'arte "in un'epoca post-moderna" - scriverebbe David Harvey - o sulle ragioni dell'etnostoria - diremmo noi - nel definire la funzione dell' Arte, oggi, alla effettiva soglia del 2000. Anche il motivo della connotazione dell' Accademia col sintagma "tradizioni etnostoriche" è presto detto: ché Calabrese ed Esposito amano davvero nel profondo la loro terra, quella gente, quell'habitat, e sono realmente convinti che quel territorio sia peculiarmente vocato a respirare l'aura della etnostoria quella categoria "filosofica" della compresenza come bisogno primario dell' altro (tanto più forte della disponibilità alla tolleranza) destinatario della nostra comunicazione, nella sincronia delle sue emittenze nei nostri confronti. In questo senso una Somma Vesuviana capace di raggiungere la nomea di palestra di nuovi valori: quelli sottoscritti da una società ormai definitivamente al plurale. E una Somma Vesuviana "luogo" di ripetute recensio di manufatti d' Arte di ogni Paese del mondo, indicatori di precise appartenenze etniche, ma nella tramaordito di una continuità di confronti di tecniche, linguaggi, segni, simboli, proiezioni ortogonali di scuole, culture, società, civiltà anche lontane, eppure sulla stessa lunghezza donda di un vero e proprio ethos collettivo. È stato detto, ed è stato detto bene, che l'Arte non può prescindere dall'ermeneutica dei simboli, come la cultura non può non risolversi in segni ed in simboli. E allora, SommaVesuviana, come musée imaginaire dove pitture, sculture, composizioni, immagini dei creativi del mondo ruotano al ritmo della giostra della vita e della storia, con dinamica centripeta verso la Montagna sacra del V esuvio. Un'Arte, quindi, con una precisata carta di identità, epperò libera espressività di assoluti, in una dimensione che si definisce sempre più universale. C'è un particolare rituale a Somma Vesuviana che definisce quello spazio con i precisi confini della religiosità. È il culto - culminante nella festa del 3 maggio - per la Madonna "Schiavona" , nera. A Lei, in ogni strada di quella cittadina, gruppi di cantori e di suonatori di "tammorre" - le cosiddette paranze rivolgono, durante i festeggiamenti, i pensieri più dolci, le invocazioni più sentite, i comportamenti più possessivi. Poi, a festa conclusa, i cantori torneranno a casa, portando ciascuno un ramo d'albero adorno di fiori e di frutta. Sarà il dono per le loro donne. E sarà l'indubbio segno apotropaico per allontanare i mali del mondo, puntando lo sguardo - come gli alberi - verso il cielo. Una "pertica (così è detto tal ramo d'albero) per ricongiungere simbolicamente la terra vesuviana alle azzurre dimensioni del cielo/cosmo per esorcizzare il quotidiano. "Ritualia" di Somma Vesuviana. A Somma Vesuviana pertanto l'Accademia "Ritualia". E potrà essere non lontano il giorno in cui giovani e meno giovani artisti di ogni dove, covenuti annualmente a Somma, grideranno al grande evento - testimone 'a Madonna Schiavona - di aver finalmente saputo, in nome de l'Arte e del Simbolo, démanteler, realmente cioè, smantellare le difficili, pregiudizievoli, persistenti frontiere psicologiche dell'umanità contemporanea. Aurelio Rigoli Centro Internazionale di Etnostoria

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